Setting psicomotorio e setting psicoanalitico

Luigi Paolo Roccalbegni

La relazione di aiuto, per essere realmente tale, richiede una precisa definizione del contesto: è una relazione di aiuto quella tra genitori e figlio, quella tra docenti e allievi, quella tra esperto e apprendista, quella tra sacerdote e fedele, e anche quella tra vigile urbano e turista, e così via, sempre che ognuno sia nel luogo adatto allo svolgimento delle funzioni per le quali viene interpellato. Per “luogo” si intende qui lo spazio/tempo che fa sì che possa accadere una relazione comprensibile. In particolari ambiti questo luogo viene definito convenzionalmente “setting”.

Winnicott definisce il setting come “la somma di tutti i particolari della tecnica”. Questa definizione, che J. Bleger pone all’inizio del suo articolo sulla “Psicoanalisi del setting psicoanalitico”, è il punto di arrivo di una lunga e affascinante storia scritta da coloro che cercarono di costruire lo strumento fondamentale per rendere visibile e comprensibile tutto ciò che si mobilizza all’interno di una relazione umana e in particolare in una relazione cosiddetta “terapeutica”. Sebbene il contesto sia diverso da quello psicomotorio, è tuttavia necessario andare a cercare nell’elaborazione psicoanalitica le radici di quello psicomotorio, perché questo è una diretta evoluzione di quello.
Gran parte del lavoro di elaborazione e di definizione del setting psicoanalitico è in relazione alla “gestione” di quegli elementi che diventano poi caratteristici del setting psicomotorio. Infatti se Freud arriva a dare una sistematizzazione del metodo psicoanalitico nel 1907 con l’elaborazione della terapia dell’“Uomo dei topi”, in realtà comincia a porsi il problema del setting, o quadro, soltanto nel 1914 con l’articolo “Osservazioni sull’amore di traslazione”, in cui comincia a riflettere sui meccanismi transferali.
Fino a questo momento il setting analitico derivava essenzialmente dall'esperienza della pratica ipnotica, ove il metodo, il dispositivo, servivano ad indurre uno stato psichico particolare (il lettino, uno spazio tranquillo e protetto, una relazione a due e un tempo, quello della seduta ipnotica, di un'ora); ma in questa fase il setting psicoanalitico è ancora estremamente elastico. Infatti solo nel 1913 Freud propone una standardizzazione del contesto temporo-spaziale del trattamento e nel 1918, a seguito delle modifiche proposte da S. Ferenczi, si dimostra disponibile ad adottare delle modifiche tecniche che abbiano dato prova di validità.
Ed è proprio a seguito delle successive esperienze di S. Ferenczi di fronte al problema della stagnazione del processo psicoanalitico (a cui lo psicoanalista ungherese proponeva di ovviare con l’introduzione di “tecniche attive” e di rilassamento nel corso della seduta), che Freud fu spinto ad una maggiore definizione del quadro psicoanalitico per controllare maggiormente gli elementi seduttivi e manipolatori che si sviluppavano nella relazione terapeutica. Quindi fu proprio l’introduzione del corpo nella relazione terapeutica a spingere Freud e la Psicoanalisi verso una maggiore definizione del setting.

Il lavoro psicoanalitico si definisce sempre di più come un processo di simbolizzazione in cui rendere analizzabile il transfert: alla capacità dei pazienti di trasferire situazioni antiche e rimosse nella relazione terapeutica presente corrisponde la capacità dell’analista di restituire loro la loro storicità affettiva e il loro senso perduto.
A questo fine vengono definiti alcuni punti del quadro:
  • la sospensione della motricità, che implica una teoria della simbolizzazione come interiorizzazione dellÂ’atto come atto di pensiero e quindi trasformato in pensiero;
  • la rarefazione percettiva visiva, che acuisce lÂ’attivazione del campo delle rappresentazioni, in particolare quello della loro raffigurazione;
  • la restrizione della comunicazione al solo campo verbale, che esaspera il lavoro di trasformazione delle immagini visive in metafore nellÂ’apparato del linguaggio;
  • la posizione ritratta dellÂ’analista, che crea uno spazio vuoto che simbolizza la perdita e lÂ’assenza;
  • il divieto del contatto (che Freud instaurerà progressivamente a partire dal 1892-95), che implica lÂ’imperativo del dispiegamento transferale delle modalità del legame, la matrice di un imperativo di “contatto” simbolico.
Come si vede da questi punti costitutivi, il setting freudiano serviva a rendere leggibile la relazione transferale attraverso lÂ’introduzione di una serie di limiti che obbligavano la relazione allÂ’utilizzo del solo canale verbale.
Negli anni '50 si apre un grosso dibattito che lega lo studio del setting allo studio dei processi transferali e controtransferali che si attivano nella relazione psicoanalitica.
Nel 1953 M. Klein presenta una relazione alla Royal Medical-Psychological Association sull'uso della tecnica psicoanalitica del gioco nella terapia dei bambini.
Nel 1955 D. W. Winnicott presenta al XIX Congresso Psicoanalitico Internazionale una relazione dal titolo: “Sulla traslazione”, in cui mette in discussione la struttura del setting psicoanalitico se utilizzato non con pazienti nevrotici, come previsto dalla psicoanalisi freudiana, ma con bambini ed adulti che hanno strutturato un falso Sé.
A fronte di queste esperienze nel 1953 Lacan lancia la parola d'ordine del ritorno al pensiero freudiano.
Nel 1955 appaiono i lavori di E. Jacques sullo studio dei sistemi sociali e sulle angosce psicotiche che vengono depositate nelle organizzazioni istituzionali.
Nel 1957 nell'ambito del XX Congresso dell'International Psycho-Analytical Association viene costituita una sezione di lavoro sul setting.
Nel 1961 W. Bion pubblica i suoi studi sui piccoli gruppi.
Nel 1971 Fornari estenderà lo studio delle dinamiche dei gruppi anche allo studio dell'istituzione-famiglia e ai ruoli familiari.
Nel 1967 J. Bleger pubblica un articolo su: “Psicoanalisi dell'inquadramento psicoanalitico”, in cui studia il significato del setting psicoanalitico nella terapia di pazienti borderline e psicotici.
Dagli anni '70 ad oggi il dibattito e la ricerca sul setting si allargano e diventano uno dei campi fondamentali della psicoanalisi.

Come si vede, nel giro di vent'anni gran parte dei vincoli che Freud aveva posto come fondamentali per il lavoro psicoanalitico vengono profondamente modificati e trasformati.
La Klein, introducendo l'utilizzo del gioco come mezzo per permettere al bambino di esprimere il suo mondo incoscio, rompe quasi tutte le condizioni del setting freudiano:
  • l'interdizione del movimento non è possibile nel lavoro con i bambini che giocano,
  • la rarefazione visiva non è possibile, al contrario la terapeuta entra nel campo visivo del bambino per potersi relazionare con il suo gioco;
  • la comunicazione non è solamente verbale, ma passa attraverso tutti i canali espressivi (verbali e non-verbali) del bambino e attraverso le sue produzioni; il tatto è utilizzato, anche se non in modo occasionale. Con i lavori di Winnicott viene messa in discussione la possibilità di curare solo pazienti nevrotici e viene proposto di estendere il trattamento anche a persone che hanno strutturato un falso Sé.
Questa estensione comporta la strutturazione di un tipo di setting che permetta di lavorare non solo con persone che hanno acquisito una capacità di rappresentazione simbolica, ma anche con persone che non avendo avuto una relazione primaria sufficientemente buona, non hanno sviluppato un Io sufficientemente strutturato per mantenere le difese nei confronti dell'angoscia.
Nel caso di trattamento di pazienti con un falso Sé il setting diventa un elemento fondamentale, più importante dell'interpretazione. “Il setting diventa il contenitore che permette al passato del paziente di essere il presente nello studio dell'analista. ... C'è per la prima volta nella vita del paziente l'occasione che si sviluppi un Io, che esso si integri a partire dai propri nuclei, che si instauri come Io corporeo, e anche che, iniziando a relazionarsi con gli oggetti, si opponga a un ambiente esterno. ... Questo lavoro ci coglierà in fallo se la nostra comprensione dei bisogni dei pazienti riguarderà la mente piuttosto che lo psichesoma”.
Dai brani riportati si ricava come il setting, nel lavoro di Winnicott, diventi ancora più importante, perché diviene il contenitore del processo di strutturazione dell'Io passando attraverso l'organizzazione dell'Io corporeo. Per cui nel setting entra a pieno titolo il corpo come primo organizzatore dell'Io.
Con E. Jaques l'attenzione si estende a considerare anche le organizzazioni sociali e le strutture istituzionali come parti importanti nella vita psichica delle persone.
Bion estende lo studio della psicoanalisi alla esplorazione delle dinamiche dei gruppi, per cui dallo studio della relazione a due si passa a relazioni plurime, al trasfert fra due si aggiungono i transfert laterali.

Come si può vedere, il setting psicoanalitico si va trasformando progressivamente in funzione del cambiamento dei bisogni e delle caratteristiche del campo che si va a studiare. Man mano che i pazienti sono più destrutturati o, meglio, non ancora strutturati, il setting diviene più definito e determinante, anche perché in questo caso si passa dal corpo per accedere a quei livelli di pensiero che rendono possibile una relazione analitica.
A questo livello si stabilisce il raccordo fra setting psicoanalitico e setting psicomotorio: il setting psicomotorio risulta funzionale a persone ancora troppo giovani per aver strutturato un pensiero simbolico sufficientemente organizzato o troppo destrutturate per potersi esprimere attraverso altri canali che non siano quelli corporei.

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