BAMBINI, GENITORI E NUOVE TECNOLOGIE: FATTORI DI PREVENZIONE E RISCHIO SECONDO LE RICERCHE PIÙ RECENTI

di Andrea Campagna

 

Premessa

Un articolo della Società Italiana di Pediatria (Bozzola et al., 2018) ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sul delicato rapporto tra i nuovi media digitali (in particolare i dispositivi mobili come smartphone e tablet) e l’infanzia. La diffusione di nuove tecnologie può suscitare, come è accaduto in passato per la stampa, la radio e la televisione, sospetti e domande. Anche nel caso dei nuovi media digitali (NMD) si è assistito a un atteggiamento di questo tipo. Quali sono gli effetti sulla popolazione infantile? Quali sono i fattori che ne aumentano o ne mitigano l’eventuale influenza? Tali domande vanno contestualizzate considerando alcune caratteristiche peculiari di questo tema, tra cui la relativa “novità” dei NMD (Apple ha presentato il primo iPhone nel 2007 e iPad nel 2010), la loro rilevanza tecnologica (hanno reso “portabile” la potenza di calcolo precedentemente riservata ai soli computer “fissi”) e la portata globale e pervasiva del fenomeno, con 3,2 miliardi di utenti smartphone nel 2019 e una percentuale di penetrazione pari al 40% rispetto alla popolazione totale (Smartphone Penetration Worldwide 2014-2021, s.d.).

I NMD sono diventati oggetti “quotidiani”, presenti e disponibili nell’ambiente prossimale dei bambini fin dai primi giorni di vita; Nota sulle pubblicazioni utilizzate: la selezione riguarda articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali, valutando elementi di pertinenza e autorevolezza; nonostante la presenza di importanti pubblicazioni sul tema anche in anni precedenti, si sono privilegiate, in linea generale, quelle relative al triennio 2018-2020.

 

Cosa si intende con “esposizione”

La relazione tra persone e tecnologie è complessa e multiforme. I bambini piccoli non possono raccontare agli osservatori il loro rapporto con i NMD e non possono compilare questionari di auto valutazione, aggiungendo a questo campo di indagine ulteriori complessità. Quali sono allora gli elementi misurabili che consentono di esaminare il rapporto tra bambini e nuove tecnologie? E quali i limiti di questo approccio? Dalle ricerche esaminate compare un indice che fa da riferimento a quasi tutte le considerazioni: lo “screen time”, che può essere definito come la quantità media di tempo trascorso davanti ad uno schermo (televisivo o digitale). Questa misura, sebbene efficace, pone alcune questioni, ben evidenziate da Christakis (Christakis, 2019):

  • I NMD stanno diventando “ubiqui”, a volte inevitabili ed in qualche caso persino “obbligatori” (si pensi alle varie “classroom” attivate durante la recente pandemia): l’ambiente domestico diventa quindi un “ecosistema mediale” nel quale si può avere sia una esposizione diretta, intenzionale e pianificata che una indiretta e spesso non rilevabile (si parla quindi di “foreground” e “background” media).

  • Esiste una elevatissima variabilità di contenuti ed attività fruibili con i NMD. Il “cosa” ed il “come” dell’esposizione potrebbero essere altrettanto influenti del “quanto”.

  • Le stime di utilizzo sono spesso ricavate da diari, questionari o valutazioni compilate da genitori o insegnanti e non è ancora consolidata la pratica di analizzare dati direttamente “on device” o con strumenti più affidabili.

  • La relazione tra esposizione ed effetti potrebbe non essere sempre lineare; sono noti andamenti ad “U” nei quali si hanno effetti ugualmente negativi sia in assenza di esposizione che in caso di esposizione massiccia.

  • Esiste inoltre un limite “di base” che riguarda la misurabilità delle categorie dell’esperienza umana.

 

Lo “screen time” va quindi considerato come una dimensione indicativa ma “aspecifica” rispetto ai vari media e dispositivi utilizzati, e tendenzialmente “imprecisa”, dipendendo da resoconti indiretti e personali che potrebbero essere viziati da sotto o sovra stime. Alcuni autori propongono inoltre una più stretta collaborazione con le industrie digitali per avere degli indici di utilizzo basati su dati digitali raccolti dalle piattaforme stesse.

Non mancano poi le proposte di revisione o ripensamento di questo indicatore: Nobre (Nobre et al., 2020) in uno studio quantitativo, mette alla prova un indice multifattoriale che integra otto dimensioni tra cui importanti fattori relativi al contesto:

  • Media utilizzati dai genitori

  • Tempo di utilizzo giornaliero

  • Tipo di media

  • Ragioni dell’utilizzo

  • Persone con cui lo si utilizza

  • Controllo dei genitori

  • Scopo dell’utilizzo

  • Opinione dei genitori sui media

La ricerca citata, seppure con forti cautele e limitazioni, indica in prospettiva una possibilità di superamento dello “screen time” come misura della esposizione dei bambini ai NMD. Segnala inoltre, indirettamente, quali potrebbero essere i fattori prossimali che intervengono nella composizione degli effetti di tale esposizione.

 

Protezione e rischio

Nella riflessione sulle nuove tecnologie è importante evitare una visione “deterministica” nella quale viene eccessivamente semplificato il percorso di individuazione delle causalità. Il contesto richiede di considerare la complessità: sono complessi gli elementi in relazione (le persone, le tecnologie) e sono quindi complessi e non lineari i rapporti causa/effetto. Una utile prospettiva interpretativa sembra quindi essere quella che considera la concorrenza di fattori di protezione e di fattori di rischio, intesi come elementi (individuali ed ambientali) che modulano in termini probabilistici la comparsa di un determinato effetto, interagendo tra loro. Il ruolo dei diversi fattori va anche inserito in un contesto “cronologico”, poiché la portata degli effetti è in relazione anche con l’epoca della comparsa dei fattori e con la durata dell’esposizione (Gini, 2012, p.19-20). Ecco quindi che l’influenza dei NMD potrà così essere considerata, in relazione alla prima infanzia, non come un determinante assoluto ma come un elemento, tra i tanti, in grado di interagire con l’individuo; sarà particolarmente interessante poi evidenziare quali sono i fattori modulanti degli effetti di tale interazione, in particolare nel contesto delle relazioni più prossime.

 

Dati sulla diffusione e l’utilizzo

Numerose e solide (seppur non sempre recenti) sono le fonti che confermano la progressiva adozione dei NMD anche nella prima infanzia e l’elevata esposizione agli schermi in generale, come ben riassunto dal documento di indirizzo della American Academy of Pediatrics (AAP - Council on Communications and Media, 2011).

Tra le ricerche più aggiornate, Chen e Adler (Chen & Adler, 2019) rilevano come, dal 1997 ad oggi, lo screen time dei bambini 0-2 anni sia quasi raddoppiato, passando da un’ora e mezza al giorno a circa tre. La percentuale maggiore di questo tempo è ancora impegnata dalla televisione, seppure il tempo dedicato ad altri mezzi sia in crescita, confermando una tendenza già illustrata nel rapporto Zero to Eight (Zero to Eight, 2013) di Common Sense Media.

Kabali (Kabali et al., 2015), sebbene su un campione di popolazione limitato e fortemente caratterizzato, rileva inoltre come i pattern di utilizzo analizzati suggeriscano una adozione precoce, un uso frequente ed indipendente, una modalità di fruizione “multi tasking” da parte dei bambini più piccoli.

Un ulteriore elemento da considerare è l’esposizione indiretta dei bambini ai NMD, che viene definito “media background”. Tomopoulos (Tomopoulos et al., 2014) in uno studio longitudinale, rileva che i bambini sotto ai due anni sono più frequentemente esposti a ”background media” rispetto ai bambini più grandi e, a causa di questo, possono vedere contenuti non specificamente progettati per la loro età. Sembra quindi, data l’ubiquità dei media nell’ecosistema digitale domestico, che i bambini piccoli siano investiti da un flusso continuo di contenuti, solo in parte rivolti direttamente a loro e in tempi e modalità pianificate dai genitori.

Un recente studio longitudinale (Madigan et al., 2020) verifica se le linee guida delle varie associazioni pediatriche e della Organizzazione Mondiale della Sanità (corrispondenti a non più di un’ora al giorno di “screen time” per bambini fino a 2 anni) vengano o meno recepite all’interno delle famiglie. I risultati evidenziano chiaramente come questi limiti vengano diffusamente superati (nel 79,4% dei casi).

Coerentemente con queste considerazioni, Barr (Barr, 2019) invita ad abbandonare l’idea che i NMD siano da considerare come un “elemento” che può incidere sullo sviluppo, considerandoli invece come una “parte costitutiva” del contesto all’interno del quale avviene il processo stesso di sviluppo.

 

Effetti diretti sullo sviluppo: linguaggio

Un recente studio trasversale di M. van der Heuvel (van den Heuvel et al., 2019) esamina la relazione tra l’esposizione ai NMD (in particolare i dispositivi mobili) ed eventuali ritardi nella espressività e nella comunicazione in un gruppo di 893 bambini di 18 mesi d’età media. Per la misura dell’espressività e della comunicazione è stato utilizzato un questionario standardizzato rivolto ai genitori, tenendo conto di elementi di comunicazione sociale, simbolica, e verbale. L’aspetto interessante di questo studio è che si focalizza sui dispositivi più recenti, evidenziando come il concetto di “screen time”, sebbene limitato alla mera esposizione, possa essere applicato anche ai NMD. Lo studio dimostra una associazione significativa tra lo screen time sui NMD ed un ritardo nelle competenze comunicative riportate dai genitori. L’entità di tale ritardo cresce proporzionalmente al tempo di esposizione medio giornaliero, con effetti evidenti anche per differenze di 30 minuti; sembrano non avere correlazioni significative il genere, elementi caratteriali, il grado di istruzione materno, il reddito del nucleo familiare. Il singolo fattore di maggiore influenza è invece il tempo di utilizzo dei NMD da parte dei genitori. Il lavoro di van der Heuvel individua nella ridotta interazione verbale tra genitori e bambini durante l’uso dei NMD una importante ipotesi esplicativa.

Una conferma importante viene dalla consistente meta analisi di Madigan (Madigan et al., 2020) che, prendendo in esame studi e pubblicazioni dal 1960 al 2017, sembra confermare e supportare la correlazione tra screen time e ritardi nel linguaggio, sebbene la associazione tra le due dimensioni sia di entità moderata. La ricerca rileva inoltre che tale incidenza è associata ad elementi sia quantitativi che qualitativi della esposizione, ma solo per età successive ai 18 mesi; i bambini di 0-18 mesi sono sensibili all’esposizione indipendentemente da tutti gli altri fattori (mettendo in luce la necessità di pensare ai primi anni di vita del bambino come un periodo estremamente diversificato, che richiede uno sguardo attento e specifico anche rispetto al tema dei NMD).

 

Effetti diretti sullo sviluppo: emozioni, cognizione, comportamento.

Tra le numerose ricerche che individuano correlazioni tra screen time e difficoltà di carattere cognitivo-comportamentale c’è il già citato lavoro di Lin (Lin et al., 2020). Questo studio, oltre ad analizzare la relazione tra NMD e ritardi nel linguaggio, prende in considerazione anche dimensioni cognitive e comportamentali rilevate con la Child Behavior Checklist (CBCL 11⁄2--5), un questionario standardizzato compilato dai genitori per l’assessment di eventuali problematiche comportamentali ed emotive. Lo studio rileva una correlazione tra il tempo utilizzato dai bambini sui tablet e problemi di carattere emotivo, cognitivo e comportamentale: sintomi ansioso/depressivi, ritiro sociale, problemi di attenzione e comportamenti aggressivi. L’utilizzo precoce dei NMD sembrerebbe essere quindi, anche secondo questo studio, un fattore di rischio significativo.

Seppure nelle ricerche citate compaiano molti indici di correlazione, occorre sottolineare che correlazione non equivale a causalità. Per approfondire questo tema, Madigan (Madigan et al., 2019) in uno studio longitudinale, indaga la direzionalità della relazione tra screen time e ritardi generalizzati nello sviluppo: un alto screen time influenza le performance di sviluppo oppure i bambini con bassi punteggi sulle scale di sviluppo sono più esposti ai NMD? La ricerca si basa sui dati raccolti tramite questionari “Ages and Stages” (ASQ-3) compilati da 2441 madri di bambini di 24, 36 e 60 mesi. Il questionario identifica progressi di sviluppo in cinque differenti domini: comunicazione, mobilità fine, mobilità globale, problem solving, socialità e personalità. Lo scren time è calcolato sulla base delle stime genitoriali, sommando l’esposizione a media “tradizionali” e NMD. Le conclusioni evidenziano che un elevato sceeen time a 24 mesi è associato con basse performance a 36 mesi, un elevato scren time a 36 mesi ha conseguenze a 60 mesi; la relazione inversa invece non emerge dai dati. Gli esiti dello studio confermano quindi in modo evidente la direzionalità della relazione statistica e confermano che l’elevato screen time in età precoce è un fattore di rischio che incide sul piano dello sviluppo. Nelle conclusioni della ricerca gli autori indicano alcune ipotesi esplicative (già incontrate anche in altri lavori presentati): il tempo dedicato allo schermo sembra impedire di cogliere importanti opportunità in termini di interazione e sperimentazione sul piano motorio, comunicativo, relazionale, in un periodo particolarmente delicato per lo sviluppo.

Altre linee di ricerca si concentrano sui meccanismi di tali effetti. Ad esempio la ricerca di Christakis (Christakis et al., 2018), partendo dalla considerazione che i fattori ambientali e contestuali possano influenzare l’emergere dei disturbi di attenzione (per es. l’ADHD), indaga il ruolo delle stimolazioni audiovisive durante la prima infanzia. Gli autori ipotizzano che l’esposizione precoce ai NMD possa essere tra i fattori non genetici che favoriscono la comparsa di di deficit di attenzione ed utilizzano il concetto di sovrastimolazione sensoriale (ESS - excessive sensory stimulation) studiandone l’effetto su un modello animale. L’ipotesi di fondo è che il cervello in via di sviluppo (dotato di grande neuroplasticità e in forte interazione con l’ambiente) abbia certamente bisogno di stimoli sensoriali per potersi sviluppare adeguatamente, ma soffra in caso di un eventuale eccesso di sollecitazioni. Per poter effettuare uno studio specifico di tali meccanismi gli autori sviluppano un modello di ricerca sui topi che permette di misurare il mero effetto di sovraesposizione, separandolo dagli aspetti cognitivi. I risultati confermano che la sovrastimolazione sensoriale in età precoce porta i topi a comportamenti di ipercinesia e ad una minore avversione al rischio, oltre che a deficit di apprendimento e memoria. La sovrastimolazione, da sola, è in grado quindi di spiegare quesiti effetti; sono perciò gli elementi costitutivi dei media (suoni e immagini in movimento) a rappresentare un fattore di rischio, non tanto (o non solo) i contenuti da essi veicolati. Da notare che, oltre agli aspetti comportamentali, vengono rilevati nello studio anche consistenti modificazioni neurobiologiche.

 

Effetti sulla relazione, fattori di prevenzione e di rischio

Una ricerca con il metodo dell’osservazione naturalistica permette di gettare uno sguardo più specifico su come i NMD si inseriscano nel contesto quotidiano della interazione tra genitori e figli: utilizzando un dispositivo tecnologico indossabile dai bambini (LENA - Language ENvironment Analysis) che ha la capacità di registrare i suoni prossimali e di intercettare la presenza di segnali media nell’ambiente, Domoff (Domoff et al., 2019) ha potuto analizzare le interazioni tra genitori e figli in merito ai NMD nel contesto domestico. Seppur nei limiti di un campione abbastanza ridotto ed eterogeneo (75 famiglie con bambini da 12 mesi a 13 anni) la ricerca individua cinque temi principali:

il primo è che la mediazione genitoriale rispetto ai NMD si focalizza sulle restrizioni all’utilizzo, è spesso reattiva (cioè interviene dopo un evento di qualche tipo) ed è concentrata più sull’utilizzo che sui contenuti (“tech-focused talk”).

Il secondo elemento è che le interazioni sono”child-driven” cioè sono principalmente attivate dai bambini, dalla loro richiesta di attenzione, da domande relative ai contenuti o ai comportamenti dei personaggi della tv, l’espressione di sentimenti, la richiesta di informazioni.

Il terzo tema evidenzia che, dove presenti, i fratelli maggiori svolgono un ruolo di mediazione maggiore rispetto a quello dei genitori. Sono i fratelli più grandi i primi referenti, più attivi e presenti, anche rispetto all’interpretazione dei contenuti. I bambini più piccolo beneficiano anche dell’ascolto delle domande e delle richieste che i maggiori fanno ai genitori, sui temi dei NMD. Questa funzione è particolarmente importante se si considerano le ridotte capacità verbali ed espressive dei bambini più piccoli, che potrebbero non riuscire ad esprimere chiaramente i propri bisogni di informazioni e chiarimenti.

Il quarto elemento riguarda la negoziazione dello screen time: il tempo di utilizzo dei media sembra nascere da una continua mediazione tra le richieste dei bambini e i limiti posti dai genitori. Queste discussioni riguardano anche le molteplici opzioni che ad oggi esistono rispetto ai dispositivi disponibili (computer, smartphone, televisione, tablet, videogame, etc).

Il quinto ed ultimo punto riguarda la condizione nella quale diversi membri della famiglia sono impegnati contemporaneamente ad interagire con i propri di dispositivi digitali. Si realizza cioè una situazione di utilizzo dei media “in parallelo” (“parallel family media use”) nel quale ciascun membro è anche esposto al sottofondo mediale degli altri in una sorta di “media multitasking”. Si sono osservati ad esempio bambini esposti a più di uno schermo contemporaneamente: la madre guarda le notizie in tv mentre l figlio gioca ad un videogame sullo smartphone, oppure una bambina gioca con il tablet mentre la madre è al cellulare, il padre invia sms ed il fratello guarda la televisione. Ci sono anche casi di utilizzo congiunto, quando per esempio due fratelli giocano insieme ad un videogioco o fruiscono insieme di un contenuto multimediale.

Procedendo da questo sguardo d’insieme, si può iniziare a considerare che l’interazione tra genitori e figli risente della presenza dei NMD non solo per gli effetti diretti sui bambini, ma anche per il coinvolgimento genitoriale. I genitori sono esposti (e sensibili) ai NMD e, in un certo grado, possono essere “distratti” da questa esposizione; il costrutto di “technoference” (cioè l’interruzione continua da parte dei NMD nelle interazioni faccia a faccia) introdotto da McDaniel (McDaniel, 2019) è particolarmente efficace per comprendere questo fenomeno: in una prospettiva pienamente sistemica, l’autore esamina i fattori di distrazione dei genitori derivanti dai NMD e gli effetti sulla relazione e sui bambini. Secondo McDaniel, la presenza dei NMD sta rimodellando le relazioni anche in famiglia e la technoference influenza le interazioni verbali e non verbali, la cooperazione e coordinamento tra i genitori, la qualità del tempo passato insieme ed il clima domestico in generale: una perdita di qualità della relazione che diventa fattore di rischio, specialmente nella primissima infanzia, rispetto a difficoltà sul piano emotivo, cognitivo e comportamentale.

Una conferma, tra le varie ricerche, arriva da Wong (Wong et al., 2020): su un campione di 1254 genitori di bambini di 3 anni, l’autore studia la direzione della relazione tra l’elevato utilizzo tecnologico dei genitori, lo screen time dei bambini ed eventuali difficoltà psicosociali. La technoference è qui misurata con una scala Distracted Parenting Scale (DPS - adattamento della Technoference in Parent-Child Relationships Scale), che misura la frequenza delle interferente provenienti da NMD durante le conversazioni o le attività tra genitori e figli. Wong mette in relazione quattro dimensioni: il comportamento problematico dei genitori rispetto ai media, la technoference, lo screen time dei bambini, le ricadute psicosociali; emerge quindi un interessante quadro di influenze: la distrazione dei genitori sembra essere l’elemento centrale nella rete delle influenze statistiche, collegandosi alle difficoltà dei bambini tramite la ridotta qualità della interazione e l’aumento dello screen time. La limitazione dell’utilizzo dei NMD dei genitori durante l’interazione con i figli potrebbe perciò avere un importante effetto preventivo per lo sviluppo psicosociale dei bambini.

Speculare al concetto di technoference è il “joint media engagement” (JME), che consiste nel coinvolgimento attivo dei genitori durante la fruizione di contenuti digitali. Lo studio di Padilla-Walker (Padilla├ó┬Ç┬ÉWalker et al., 2020) esamina la qualità di questo coinvolgimento (considerando il JME come una delle importanti occasioni di dialogo e relazione tra genitori e bambini) e valuta le caratteristiche della partecipazione genitoriale, mettendone in evidenza la potenziale funzione protettiva. Lo studio considera un gruppo di 216 bambini e genitori, di età compresa tra gli 11 ed i 26 mesi, osservandone le interazioni quando guardano insieme un contenuto multimediale. Le caratteristiche empatiche dei genitori coinvolti emergono come importante mediatore per una positiva esperienza di JME. Sembra che la sensibilità empatica consenta ai genitori di considerare sia le emozioni dei personaggi presentati sullo schermo che la situazione dei propri figli, creando una atmosfera di comunicazione e facilitando la comprensione dei temi emozionali, sociali e morali. L’utilizzo congiunto dei NMD potrebbe quindi essere visto, se inserito in un contesto di comunicazione attenta ed empatica, come una ulteriore occasione di interazione significativa tra madre e bambino.

Sulla stessa direzione, lo studio norvegese di Skaug (Skaug et al., 2018) valuta la differenza, in termini di qualità del JME, tra media tradizionali, tablet e giocattoli “fisici”. Sebbene il campione considerato sia estremamente ridotto (22 coppie madre-bambino con bambini di circa 2 anni), l’utilizzo congiunto di un tablet potrebbe addirittura favorire una migliore interazione tra genitori e figli rispetto a media tradizionali o a giocattoli di altro tipo, favorendo il coinvolgimento attivo dei genitori ed una più prolungata attenzione congiunta.

 

Conclusioni

L’esposizione precoce ai NMD si rivela un fenomeno complesso da indagare: c’è grande variabilità legata alle età dei bambini, con effetti molto diversi tra i primi 18 mesi ed età successive (per es. gli effetti sul linguaggio); sono complesse le misure (lo screen time, seppur utile, non restituisce a pieno la ricchezza delle situazioni e non aiuta a comprendere le causalità); sono complesse le catene causali, ancora in larga parte da indagare. A causa di questa complessità, sembra adeguata anche la scelta di considerare le diverse variabili in gioco come fattori dinamici di rischio/prevenzione, piuttosto che come determinanti dirette di precise conseguenze.

Alcuni elementi di maggiore chiarezza possono però essere individuati: i NMD non sono elementi “neutri” per i bambini nei primi anni di vita e hanno effetti diretti, sia aumentando il livello di stimoli cui il cervello infantile è sottoposto (costituendo un fattore di rischio per la comparsa di problematiche cognitivo comportamentali successive), sia distogliendo risorse ad altri tipi di interazione “reale”, necessaria e più adeguata per uno sviluppo equilibrato. Il fenomeno del “background media” può inoltre esporre i bambini (e quelli piccolissimi con maggior probabilità) a contenuti inadeguati alla loro età.

I NMD Non sono “neutri” nemmeno all’interno delle relazioni prossimali e costituiscono un seducente “distrattore” anche per i genitori; tale distrazione nella relazione costituisce uno degli elementi di maggior impatto sull’aumento di rischio di problematiche psicosociali nei bambini.

L’atteggiamento genitoriale sembra quindi essere un potente “amplificatore” dei fattori di rischio, ma anche di quelli protettivi: genitori attenti ed empatici possono infatti dare luogo a significativi momenti di comunicazione con i propri figli coinvolgendoli e facendosi coinvolgere in un utilizzo congiunto dei NMD (“joint media engagement”).

In conclusione si può affermare (in accordo con le raccomandazioni della SIP menzionate in premessa) che l’esposizione precoce ai nuovi media può essere certamente considerato un fattore di rischio collegato con difficoltà nello sviluppo sul piano comunicativo, emotivo, cognitivo e comportamentale ma l’atteggiamento genitoriale (in particolare l’entità della distrazione da NMD e il coinvolgimento in esperienze di fruizione congiunta) può intervenire su questo rischio come elemento che ne amplifica o ne attenua la portata, fino a invertirne il senso (si pensi agli effetti di una positiva JME).

Il campo di ricerca è ancora vasto e relativamente poco esplorato (stando alle considerazioni finali di molti autori delle ricerche qui esaminate), in particolare per ricavare ulteriori elementi di specificità dei NMD rispetto al più studiato mezzo televisivo. La stessa necessità di approfondimento viene espressa in relazione al tema dell’utilizzo precoce: sono molte le ricerche che riguardano l’adolescenza ed i NMD ma, data la relativa novità del fenomeno, sono meno consistenti le ricerche sulla prima e primissima infanzia.

 

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