La migrazione dei figli: metamorfosi familiare progressiva o difensiva?

Dott. Roberto Losso, Dott.ssa Ana Packiarz de Losso

Associazione Psicoanalitica Argentina.
Relazione presentata al I° Congresso Internazionale di Terapia Familiare Psicoanalitica, "Le Metamorfosi Familiari", Parigi, 14, 15 e 16 maggio 2004.

 

I motivi per cui i membri di una famiglia possono emigrare sono diversi. In alcuni casi è la società che diventa espulsiva, per motivi economici, religiosi, o politici: in questi casi la madre terra diventa ostile, e le famiglie sono obbligate ad emigrare.

Queste emigrazioni sono simili all'esilio (nel senso che aveva, nell'antichità, di relegare, abbandonare, allontanare della propria terra) con una connotazione di perdita del proprio ruolo nella società, di "morte civile".

Altre famiglie e gruppi emigrano per motivi più collegati alle loro circostanze particolari, come coloro che cercano il progresso professionale, o che inseguono gli ideali familiari, il ritorno alla "terra degli antenati" o raggiungere la "terra meravigliosa", dove si otterranno tutte le possibilità di successo.

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, gli europei arrivavano nel continente americano con la fantasia di "fare l'America". Oggi questo flusso si è invertito  e tante sono le persone o le famiglie che emigrano al "primo mondo" (l'Europa) con una fantasia simile. In altri casi, particolarmente nei giovani, il desiderio di avventura può essere la motivazione che spinge ad emigrare. Esiste inoltre un tipo di emigrazione "transitoria", come quella di coloro che lavorano nelle multinazionali, i diplomatici e gli studenti.

Ciascun tipo di emigrazione avrà un impatto diverso nella struttura familiare. Le conseguenze saranno differenti se è l'intera famiglia ad emigrare, una parte di essa o soltanto uno dei suoi membri. Gli effetti saranno diversi per i genitori, protagonisti attivi della decisione, e per i figli, particolarmente i minorenni, che spesso non partecipano della decisione.


Pichon-Riviére descrive una "internalizzazione ecologica", collegata alla nozione di affetto (querencia) o frazione (borgata), come internalizzazione dell'ambiente in cui si sviluppa la vita del soggetto e della famiglia, sottolineando l'importanza dell'ambiente sociale nella costituzione e sostegno dell'identità. L'emigrazione può quindi costituire una minaccia all'identità dei soggetti e delle famiglie emigranti.

In Argentina, la classe media è costituita nella sua quasi totalità da famiglie di origine europea, immigrati e figli di immigrati, ora arrivati alla seconda o terza generazione. Un numero importante di loro non è riuscita a radicarsi, mantenendo una specie di "vocazione migratoria". Tutto questo è collegato con gli ideali familiari, e con la modalità trovata da ogni famiglia per elaborare il lutto della migrazione originaria. Il fatto che la maggior parte delle famiglie emigrate in Argentina tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo, appartenessero alle classi più povere, e fossero arrivate in circostanze "traumatiche", ha condizionato le possibilità di elaborazione del lutto, lasciando un residuo malinconico, favorendo l'idealizzazione di cià che era perduto. La nostalgia è qui collegata alla madrepatria, l'oggetto primario perduto.

Caso differente è quello delle migrazioni "interne" (cioè all'interno dello stesso paese), molto frequenti in Argentina. In questa presentazione ci occuperemmo di un caso specifico di migrazione familiare, parziale ed interna: quella che si produce dai piccoli paesi dell'Argentina verso le grandi città. In questi paesi, la migrazione dei figli rappresenta un ideale sociale, e corrisponde ad una possibilità di promozione sociale e culturale, un successo per tutta la famiglia. I figli "devono" emigrare verso la grande città,  per studiare o per cercare fortuna in qualche attività.

La famiglia B, proveniente da  un piccolo paese dell'entroterra ad ottocento chilometri da Buenos Aires, è venuta a  chiedere un colloquio al nostro gruppo di ricerca presso la Associazione Psicoanalitica Argentina, su  consiglio dalla terapeuta della figlia, Violeta, che presentava episodi di bulimia e conflitti di convivenza con il fratello, Mario. Entrambi i fratelli condividevano un appartamento  nella città di Buenos Aires. Abbiamo avuto con la famiglia 6 colloqui (uno al mese) che richiedevano, a causa della distanza, lunghi viaggi per raggiungere Buenos Aires.

La famiglia era costituita dai genitori e sei figli, cinque maschi e una donna, fra i 13 e i 20 anni. Avevano deciso di inviare il primo figlio, Mario, a studiare medicina a Buenos Aires (vogliamo esplicitare che a 90 km. del loro paese esiste una importante città, ma la Università locale non ha Facoltà di Medicina). A Mario si aggiunse Violeta, che voleva diventare traduttrice d'inglese, cosa che le sarebbe stata possibile anche rimanendo vicina al loro paese d'origine. Nonostante ciò, i genitori decisero di inviarla a Buenos Aires perchè c'era il fratello. Tempo dopo, chiesero il colloquio, perchè i problemi con la bulimia che aveva sviluppato Violeta prima di emigrare, diventarono più frequenti e gravi, i conflitti con il fratello maggiore rendevano ogni volta più conflittuale la convivenza fra loro, e il fratello, di conseguenza, non riusciva a portare avanti gli studi.

Le sedute dimostrarono che, sotto la maschera di eseguire un ideale sociale e familiare, era stata imposta ai figli l'emigrazione, senza considerare le loro possibilità psicologiche. La famiglia non aveva le risorse emotive per proteggere, contenere le ansie o risolvere le controversie tra i suoi membri, per cui l'emigrazione era, inconsciamente, una sorte di espulsione, e fondamentalmente, un tentativo fallito di risoluzione di  una crisi familiare. La madre, per esempio, viaggiava spesso alla città vicina, dove abitavano i suoi genitori, realizzando in questo modo, una specie di piccole migrazioni periodiche. L'allontanamento era quindi, per la famiglia, la modalità principale per alleviare le tensioni, che spesso si trascinavano da molti anni (per esempio gravi conflitti di coppia, aggravatisi con la crescita dei figli).

Per i figli, l'emigrazione significava invece una precoce "adultizzazione", che li spingeva a esperimentare ansie che non riuscivano ancora a tollerare: solitudine, abbandono, confronto con lo sconosciuto, il diverso, le esigenze della vita quotidiana e della vita universitaria. Per la famiglia la migrazione funzionava come una sorta di movimento di "scissione ed espulsione", in un tentativo di attribuire certe ansie ad uno o più dei membri ed allontanarle temporaneamente dal nucleo familiare. Allo stesso tempo, divenne un meccanismo di deposito degli ideali nei figli, come una delega di una generazione alla successiva, in modo tale che coesistevano due motivazioni inconsce diverse.

Non esisteva, in questa famiglia, una adeguata differenziazione generazionale e sussisteva un clima di continui litigi nei quali genitori e figli erano posti sullo stesso piano, come una grande confraternita. Si lamentavano ("siamo molti") come se il problema fosse il numero e non l'indifferenziazione. C'era una fantasia di "svuotamento reciproco", in modo tale che se qualcuno otteneva un qualcosa, era al danno di tutti gli altri. Per i figli questa fantasia significava colpa ed esigenza. Il sintomo di Violeta era una richiesta di aiuto di tutta la famiglia, per essere aiutata.

Si lavorò con la famiglia sugli aspetti già accennati. Durante il succedersi delle sedute, si raggiunse un riavvicinamento tra i membri della coppia genitoriale, che contribuì ad una migliore differenziazione generazionale. Come dimostrazione di questo processo, in una delle sedute la madre disse che suo marito le aveva regalato una rosa.

I terapeuti funzionarono provvisoriamente come "genitori sostituti", formando una sorta di "seconda pelle" (1), aiutandoli  nella differenziazione sessuale e generazionale. Il campo (M. e W. Baranger, 1962) ebbe in questa famiglia una importante funzione di contenimento, di sostegno, provvisoriamente sostitutivò, configurando in questo modo un involucro allargato, che costituisce, a nostro parere (Losso, 2001),  un processo di elaborazione condiviso tra la famiglia e i terapeuti, che aiuta la famiglia a costruire il suo proprio involucro o pelle psichica gruppale.

Riteniamo che la migrazione comporti una sorta di metamorfosi familiare che può portare, in alcuni casi, ad un processo di crescita, mentre in altri  (come quello qui descritto) porta a rafforzare movimenti difensivi.

Quando la migrazione è un processo di sviluppo, corrisponde anche un passo nella maturazione dei figli e uno stimolo per i cambiamenti in tutta la struttura familiare. Quando invece è una difesa, l'allontanamento di alcuni dei membri non solo non porterà dei cambiamenti positivi, ma tenderà alla ripetizione dello stesso movimento di espulsione, come in una coazione a ripetere.

In questa famiglia c'è (c'era) una metamorfosi fallita: i bruchi non diventano farfalle ed erano quindi incapaci di volare.


Bibliografia

ANZIEU, D. (1985): Le moi-peau. Paris, Dunod. Trad. Cast. El Yo-piel.. Madrid, biblioteca Nueva, 1987.
BARANGER, M. e W. (1961-62): La situaciòn analìtica como campo dinàmico. Rev. Uruguaya Psicoanàl., t. 4, n. 1.
EIGUER, A. (1999): Méccanismes compensatoires face au déracinement. Le divan familial, n. 2, p. 13.
HOUZEL, D. (1996): The family envelope and what happens it is torn. Int. J. Psycho-anal., 77: 901.
LOSSO, R. (2001): Psicoanàlisis de la familia. Recorridos teòrico-técnicos. Buenos Aires, Lumen. Trad. it. Psicoanalisi della famiglia. Percorsi teorici-clinici. Milano, Franco Angeli.
PICHON-RIVIERE, E. (1971): Del psicoanàlisis a la psicologìa social. (2 vols.) Buenos Aires, Galerna.

 

Selezione

Tematiche

Famiglia
Filosofia
Formazione
Gioco
Pedagogia
Primissima infanzia
Psicoanalisi
Psicodramma
Psicologia
Psicologia sociale
Psicomotricità
Scuola
Studio dell'immaginario
Articoli in lingua spagnola

Autori


Copyright

La proprietà degli articoli pubblicati appartiene ai relativi autori. E' possibile utilizzare e riutilizzare i contenuti pubblicati con l'unico vincolo di citare la fonte